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Piante Grasse Fascicolo 1- Gennaio/Marzo 2007 - Volume 27

 

Dioscorea elephantipes

dioscorea

 

Sommario
Carlo Zanovello - Editoriale pag. 1
D. Donati - C. Zanovello - Considerazioni sul metodo di studio delle piante succulente pag. 2
Ivana Richter - Manfreda Salisbury pag. 12
Heinz Hook - Emissione di fiori dai solchi intercostali di Astrophytum pag. 22
Mauro Ferrando - Periscopio: la collezione di G. Mecella pag. 26

Rubriche
L. Stocco: Lo spazio dei Mesembriantemi – Saphesia flaccida pag. 30
Sceletium pag. 32
Le foto dei lettori pag. 34
La posta dei lettori pag. 36
Redazione: Notizie e collaborazioni pag. 37
E. D’Arcangeli: L’angolo del neofita pag. 41
Schede (al centro staccabili)
G. Sleiter: Agave polianthiflora - Stenocactus dichroacanthus var. violaciflorus

 

Considerazioni sul metodo di studio delle piante succulente, alla luce di nuovi dati ecologici su Echinomastus hispidus

Davide Donati & Carlo Zanovello
Echinomastus hispidus è una pianta a distribuzione molto ampia che può essere rinvenuta su varie catene montuose del Coahuila centro-meridionale, dove l’habitat è costituito da calcari derivanti da gessi evaporitici mesozoici. La pianta cresce in aree molto esposte al sole, preferibilmente dove la pendenza non è eccessiva: il substrato preferito sono o un terreno calcareo molto ricco di ghiaia o anche ciottoli calcarei, dove basse rocce più o meno piatte sono comuni; solo raramente è possibile rinvenirli su argilla gessosa. Osservando la distribuzione locale, E. hispidus sembra preferire le zone meglio drenate, dove la concentrazione di piante per metro quadro è la più alta, e ciò sembra essere legato ad una notevole sensibilità verso l’umidità del suolo, il cui eccesso sembra determinare una rapida perdita delle radici sottili o, al limite, la marcescenza delle piante, in particolare delle più vecchie. Le piante fioriscono in inverno (gennaio-febbraio) ed i frutti maturano generalmente in aprile. La dispersione dei semi è legata soprattutto alle formiche ed alla pioggia, che generalmente li portano non troppo lontano dalla pianta madre; in anni particolarmente aridi, è possibile trovare molti semi tra le spine apicali o alla base delle piante adulte. I semenzali sono molto numerosi, ma sono facilmente confondibili con giovani escobarie. Molto interessante è la distribuzione altitudinale, dato che E. hispidus è l’Echinomastus che preferisce le altitudini maggiori: le piante crescono sovente a 1500-2100 m. s.l.m. (salvo eccezioni), sulla cima delle colline, mentre le altre specie appartenenti al genere crescono più in basso, ad altitudini normalmente inferiori a 1300-1400 m. La distribuzione arriva a lambire alcuni habitat di Echinomastus mariposensis, ovviamente senza sovrapporsi per la diversa distribuzione altitudinale. In un caso (Sierra la Purissima) una colonia di E. hispidus si trova a distanza molto breve da una di E. mariposensis, ma non è stato possibile rinvenire in entrambe le colonie esemplari che manifestassero caratteri di transizione tra i due taxa, chiara testimonianza di un’origine ibrida (perlomeno nelle popolazioni visitate). Anche a livello sperimentale i primi test di ibridazione hispidus × mariposensis (e reciproci), ancora numericamente insufficienti per poter trarre conclusioni definitive, sono risultati pressoché negativi, a testimonianza di una possibile incompatibilità genetica tra le due piante, almeno parziale. E. hispidus mostra anche un’interessante variabilità intraspecifica, evidente specialmente tra le popolazioni occidentali e quelle orientali: le colonie occidentali, dell’area di Cuatrocienegas, da adulte sviluppano da ogni areola spine radiali molto sottili in numero superiore, mentre le orientali e le meridionali, ad esempio quelle della Sierra Paila, sviluppano radiali meno numerose ma più robuste. La differenza è spesso evidente, ma il cambiamento è graduale con lo spostamento geografico e non necessita di differenziazioni tassonomiche. Le singole colonie sono sovente molto numerose, composte anche da migliaia di esemplari, tanto che in una località è quasi impossibile camminare senza calpestare semenzali di E. hispidus o di Ariocarpus fissuratus. La popolazione complessiva appare attualmente molto ricca di esemplari e non minacciata, ed è auspicabile che rimanga inalterata ed indisturbata nel silenzio del deserto chihuahuense per ancora molti anni a venire. Va riportato che la descrizione di E. hispidus è stata effettuata nel 2004 su Piante Grasse [Piante Grasse XXIV (4): 134–144] con traduzione completa in lingua inglese ed è stata in seguito registrata all’IPNI, cioè l’International Plant Names Index, un “database” informatico internazionale accessibile a tutti gli interessati. La realtà di questo taxon, anche alla luce dei nuovi dati, si basa su fatti obiettivi, su dati in situ e su concetti ampiamente accettati (come lo studio comparativo delle fasi giovanili), e la sua pubblicazione è perfettamente valida. Ci sembra allora necessario aprire una diversa discussione, che prenda in esame il punto di vista tassonomico-nomenclaturale descritto sul recente “The New Cactus Lexicon” di David Hunt, datato 2006, poiché in quest’opera E. hispidus viene completamente ignorato anche come sinonimo. Il nostro non vuole assolutamente essere un attacco deliberato al Cactus Lexicon di D. Hunt, opera sì criticabile ma ricca anche d’argomenti lodevoli e parti degne di nota. Non deve altresì essere interpretato come una reazione di stizza per la mancata considerazione di E. hispidus, che abbiamo preso in questo articolo come pianta-esempio poiché è una delle Cactaceae su cui siamo più competenti al momento attuale. Questa nostra analisi ha come obiettivo di evidenziare la necessità di rimettere in discussione la metodologia tradizionale con tutte le sue certezze, per trovare la forza di riflettere sul metodo di studio finora largamente utilizzato ed arrivare, se non a un cambio radicale, a una forte riconsiderazione di ogni sua parte. Il Cactus Lexicon, una referenza? Il Cactus Lexicon si autoproclama come referenza nomenclaturale per la famiglia Cactaceae, e questo costituisce un obiettivo molto arduo, vista l’estrema complessità della famiglia stessa. Le conoscenze accumulate fino ai giorni nostri sulle Cactaceae costituiscono ormai una quantità enorme di dati, tanto che per poterle sfruttare, col fine di ottenere un risultato revisionista affidabile e utile, sarebbero necessari anni di studio di più gruppi di lavoro, formati da un gran numero di collaboratori in costante cooperazione tra loro. A questo fine sarebbe inoltre fondamentale una mirata ripartizione degli argomenti in funzione delle competenze individuali, senza contare una lunga ed importante attività di sintesi. Oggi Linneo non sarebbe in grado di rifare ciò che ha fatto; lavori isolati o svolti da piccoli gruppi in tempi ristretti non sono oggi da considerare seri, una vita intera non basterebbe forse a tali gruppi per ottenere risultati affidabili, a meno che non si tratti di semplici lavori compilativi NEUTRI. Il Cactus Lexicon è ben lontano dall’essere una semplice compilazione neutra: questo libro si pone sia come una revisione generale completa della famiglia Cactaceae, sia come LA referenza nomenclaturale di questa famiglia. Su cosa si basa questa riorganizzazione? Semplicemente sull’opinione di alcuni autori, facenti parte di una ristretta organizzazione che si dichiara scientifica. Le scelte nomenclaturali, in ogni caso, possono essere al più criticate ma non contestate, in quanto ogni scelta tassonomico-nomenclaturale si basa sull’opinione di un autore, sul metodo che egli utilizza e sul valore che questi dà a determinati caratteri. In materia di nomenclatura non esiste una scala di valori assoluta (salvo seguire per coerenza i pochi criteri tassonomici generalmente accettati), ma solo l’adeguarsi o meno alle scelte di un autore, in quanto essa rappresenta uno strumento per ottenere un fine, e varie possono essere le vie per ottenerlo. È però essenziale che queste scelte e la scala di valori su cui si basano siano esplicite, ben argomentate e soprattutto il più coerenti possibile le une alle altre passando da un genere all’altro, altrimenti si cade nell’arbitrario. Ciò viene spesso a mancare nel Cactus Lexicon, e questo grava sull’aver definito l’opera come referenza per ciascun utente in fatto di tassonomia e nomenclatura. A proposito di Echinomastus hispidus Questo taxon, come molti altri, non è stato considerato in “The New Cactus Lexicon”. Ciò sarebbe più che legittimo se si trattasse di una scelta documentata e giustificata, in realtà E. hispidus, come surriportato, viene completamente ignorato anche tra i sinonimi (caso non unico), e ben difficilmente si può accettare che gli autori di tale opera possano averne ignorato la pubblicazione e la validità. La validità di un taxon è legata solo alla sua pubblicazione e alla sua legittimità ai sensi del Codice di Nomenclatura Botanico (ICBN), e una pubblicazione valida è un fatto, non una scelta o un’opinione. Trascurare volontariamente o involontariamente di prendere in considerazione taxa validi e legittimi in una revisione che si autoproclama esaustiva pone dei dubbi sul valore globale della revisione stessa. Un motore mancante anche di un solo pezzo non funziona bene… arranca. Cactus e botanica, un conflitto insensato La famiglia Cactaceae è molto vasta e complessa, da secoli molto popolare tra gli appassionati, ed è innegabile che ciò abbia interferito notevolmente con la serietà scientifica del suo studio, dando spazio anche a chi anteponeva i propri interessi alla botanica. Ciò ha contribuito a giustificare un clima fatto di sufficienza che il mondo botanico purtroppo rivolge talvolta agli studi su cactus e succulente in generale. In ugual modo, lavori di revisione affrettati (talvolta non necessari), in cui volutamente si sono trascurati, benché conosciuti, dati importantissimi quali l’ecologia, il genoma, la compatibilità genetica, ecc., con il fine esclusivo di diminuire il numero di taxa ritenuti (come sovente praticato da gruppi di studio autoproclamatisi come referenza), non hanno aiutato la “Cactologia” ad aumentare il proprio interesse. Non bisogna mai dimenticare che le Cactaceae sono piante, per cui la loro nomenclatura deve tendere ad utilizzare dei criteri tassonomici comuni al resto della nomenclatura botanica, diventandone armoniosamente parte integrante. Soprattutto, tassonomia e nomenclatura devono rispecchiare la complessità della vita ed evolversi con essa, non cercare di ridurre l’essenza della natura ad un’equazione matematica invariabile, la più elementare possibile. La tassonomia è un dominio della scienza, e la scienza si evolve in funzione delle nuove conoscenze accumulate e della capacità d’interpretarle. Una scienza che non si evolve, che non si rimette costantemente in discussione non è una scienza, è una religione. Di conseguenza, la “Cactologia” così come la conosciamo deve sparire; solo la botanica, in tutte le sue branche, deve esistere. (È interessante notare che le stesse critiche possono essere applicate allo studio delle altre succulente, seppur in misura minore) Verso una metodologia moderna Di conseguenza, nello studio delle piante succulente in generale inizialmente riteniamo fondamentale riconsiderare: - l’importanza dei dati ecologici e delle relazioni tra ecologia e corologia (cioè lo studio della distribuzione geografica degli organismi). - l’importanza dell’ontogenia comparata, in situ ed ex situ, in particolare lo studio delle fasi giovanili, che alcuni recenti studi hanno preso in considerazione. - l’importanza fondamentale di appropriati test d’interfertilità ex situ. - l’importanza dei caratteri dei semi. - l’importanza dei caratteri cariologici (nei gruppi e famiglie ove questi siano significativi). - l’importanza dei caratteri pollinici - l’importanza della biosistematica cladistica (alla luce degli altri dati e secondariamente a questi), anche in riferimento ai nuovi dati molecolari che frequentemente si aggiungono. La prima conseguenza è la diminuzione dell’importanza dei caratteri morfologici, anche floreali. Due individui di uno stesso taxon possono essere molto diversi morfologicamente, mentre due esemplari appartenenti a taxa diversi possono apparire morfologicamente identici, e recenti studi botanici ne sono splendidi esempi. La tassonomia non è altro che un tentativo di rappresentare fenomeni dinamici come l’evoluzione naturale mediante un sistema gerarchico binario, statico e artificiale. Di conseguenza, la nomenclatura è solamente uno strumento che cerca di descrivere la complessità della vita nel modo più pratico ed aderente alla realtà. Se questo scopo viene a mancare, lo strumento si trasforma in un inutile giocattolo. Sinceramente, non siamo sicuri che “The New Cactus Lexicon” e opere con la stessa impostazione siano oggi uno strumento nomenclaturale efficiente per ottenere il suddetto scopo. I nostri propositi Concludendo, siamo consci che i ragionamenti sviluppati in quest’articolo possano apparire ideologici tanto quanto ciò che critichiamo; ci proponiamo allora di ampliare l’argomento su queste pagine, in modo da sostenere con opportuni esempi il nostro punto di vista e dare il nostro piccolo contributo ad un cambiamento faticoso ma necessario.
Emissione di fiori dai solchi intercostali di Astròphytum Lemaire

Heinz Hook
Chi s’interessa agli Astròphytum sa bene che i fiori vengono prodotti da areole situate in prossimità del vertice della pianta. Può anche accadere, però, sebbene molto raramente, che i fiori spuntino da dove uno non se lo aspetterebbe mai, cioè dai solchi intercostali e non dalle areole situate lungo i vertici delle costole, magari lontane dall’apice. Su questo fenomeno furono fatte molte congetture, in particolare da P. DOWNS (1984), R. GRÄSER (1967), H. THEOBALD (1981), A. UITEWAAL (1954) e H. WERY (1976); esso, tuttavia, non è stato ancora completamente chiarito dal punto di vista della fisiologia botanica. I semi, da cui ha avuto origine l’esemplare di Astròphytum myriostigma Lemaire qui presentato, furono raccolti a San Vicente presso Jaumave, Tamaulipas, Messico. L’età della pianta supera oramai i vent’anni e, almeno in apparenza, non sembra aver subito lesioni dell’apice vegetativo o danni di altra natura. Fino all’estate 2006 il suo “comportamento” è stato del tutto normale; poi, all’improvviso e sorprendentemente, è apparso un fiore da uno dei solchi intercostali (fig. 1), la cui impollinazione non ha portato alla formazione di semi. Una volta caduto il fiore ormai seccato, al suo posto è stato possibile osservare, profondamente infossata fra le costole, un’areola assolutamente normale. Immediatamente al si sopra di questa, in direzione dell’apice, è comparso nel frattempo un ulteriore bocciuolo (fig. 2). I primi accenni, reperibili in letteratura, riguardo a questo fenomeno osservato nel caso di Astròphytum ornatum var. mirbelii (Lemaire) Okumura e di A. myriostigma risalgono agli ultimi anni del XIX secolo e sono dovuti a HIRSCHT (1895) e a HEUSCHKEL e K. SCHUMANN (1897). L’articolo di questi ultimi, pubblicato in Monatsschrift für Kakteenkunde, è corredato da un disegno raffigurante un A. myriostigma che sta emettendo dei getti da ciascuno dei solchi intercostali a notevole distanza dall’apice vegetativo (fig. 3). A tale proposito bisogna osservare che i fiori sono assimilabili a brachiblasti per cui, botanicamente, non vi è una sostanziale differenza fra gemme da cui si originano fiori e gemme da cui si originano ramificazioni. La pianta del disegno fu importata in Germania prima del 1893 e quindi si può escludere che si fosse trattato di un ibrido. D’altronde, non è affatto chiaro se l’ibridazione possa giocare un qualche ruolo nella comparsa di questo fenomeno negli Astròphytum (P. TÄSCHNER, 1997), che potrebbe essere indotto o da una lesione del vertice o da una continua estirpazione dei bocciuoli dal vertice a mano a mano che si formano (R. GRÄSER, 1936; 1967). Se si ha molta fortuna, è possibile trovare anche in habitat nel Messico esemplari in cui sono presenti delle areole sul fondo dei solchi intercostali (figg. 4 e 5). Nell’articolo succitato, K. SCHUMANN avanza l’ipotesi che si tratti di “bocciuoli avventizi”, che non si formano all’ascella delle foglie . Nel caso della pianta originaria di San Vicente questa ipotesi non sembra applicabile in quanto il fiore è stato prodotto da un’areola. La correlazione va piuttosto ricercata nell’inserzione dei primordi fogliari che, nel caso degli Astròphytum, si esprime nel numero delle costole che, per A. myriostigma, è regolato essenzialmente dai numeri della serie di FIBONACCI 5 (nello stadio giovanile) e 8 (nello stadio di pianta adulta). Per questa specie si riscontrano ovviamente anche altre cifre per il numero delle costole, che possono variare fra 3 e 13, come qui mostrato nel caso di un esemplare a quattro costole che ha prodotto un fiore da un solco intercostale. La tendenza generale, tuttavia, è quella che segue la cosiddetta serie di Fibonacci . Rimane ovviamente in piedi la questione se le areole degli esemplari che producono fiori dai solchi intercostali vengano prodotte, restando invisibili, già nei primi stadi di sviluppo della pianta oppure si formino in uno stadio successivo a seguito di processi di natura finora sconosciuta. Bibliografia DOWNS, P. E. 1984. A Strange Phenomenon. Cact. Succ. J. (US) 56 (5): 217. GRÄSER, R. 1936. Eine Stammblüte bei Astrophytum–Hybrid. Kakteenkunde Jg (11): 217. GRÄSER, R. 1936. Seltsame Sproßbildung bei Astrophytum myriostigma. Kakt. and. Sukk. 18 (7): 134. HEUSCHKEL, X. & SCHUMANN, K. 1897. Astrophytum myriostigma mit Sprossen. Monatsschrift f. Kakteenkunde 7 (11): 170. HIRSCHT, K. 1895. Aus der Gesellschaft der Kakteenfreunde. Monatsschrift f. Kakteenkunde 5 (11): 175. STRIGL, F. 1986. Einige interessante Abnormitäten bei Astrophyten. Kakt. and. Sukk. 37 (6): 109-111. TASCHNER, P. 1997. Besonderheiten einer Astrophytum-Hybride. Kakt. and. Sukk. 48 (4): 81. THEOBALD, H. 1981. Fehl am Platz: Ein Asterias und seine sonderlichen Blühgewohnheiten. Kakt. and. Sukk. 32 (1): 8. UITEWAAL, A. 1954. Een merkwaardige bloeiwijze. Succulenta 33 (4): 61. WERY, H. 1976. Asterias-Plauderei. Kakt. and. Sukk. 27 (3): 56-58.