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Piante Grasse Fascicolo 3- Luglio/Settembre 2007 - Volume 27

 

Ariocarpus retusus 

 

 

 

Sommario
Alberto Manni - Editoriale pag. 89
Ivana Richter - Manfreda Salisbury (Agavaceae).III. pag. 90
Mauro Ferrando - Innesti con la colla? Perché no? pag. 106
Mario Fasolato - Un connubio davvero singolare: Piante Succulente e Zone Vitivinicole pag. 109
Sergio Cazzaro - Reseconto del XXIX Congresso Nazionale AIAS pag. 111
Elio D'Arcangeli - Resistenza al freddo di alcuni cactus. Parte I pag. 114

Rubriche
Recensione: Ariocarpus et cetera pag. 112
D. Donati - C. Zanovello: La spina nel fianco pag. 116
L. Stocco - Lo spazio dei Mesembriatemi pag. 120
G. Sleiter Letto per voi pag. 123
Informazioni per i soci pag. 127
E. D’Arcangeli: L’angolo del neofita pag. 129
Schede (al centro staccabili)
G. Sleiter: Huernia quinta - Acanthocalycium glaucum

 

Innesti con la colla? Perché no?

Mauro Ferrando
Eccomi di nuovo tra voi… e questa volta cambiamo argomento: non parlerò di vivai ma di innesti, una tecnica colturale conosciuta certamente da voi tutti e particolarmente apprezzata dal sottoscritto ma, ne sono arcisicuro, sempre controversa e capace di generare annose diatribe tra i collezionisti. Controversie di cui qualche volta sono stato protagonista e ancor più spesso spettatore, sembra proprio che il mondo sia diviso in due: c’è chi li ama e c’è chi li aborre, senza mezzi termini, un po’ come per i cani… Personalmente mi appassionano ma capisco chi li avversa, è questione di gusti…. trascurando il fatto che a volte sono necessari! Non me ne vogliano i puri e duri ma me intriga il fatto di poter forzare la natura e produrre piante e cultivar altrimenti impossibili da ottenere o far crescere oltre misura in breve tempo, piante che sulle proprie radici impiegherebbero anni a maturare o addirittura nei nostri climi morirebbero. E non parlo solo di piante grasse……Il sottoscritto ha cominciato con le rose e le peonie e solo successivamente ha scoperto il mondo dei cactus, ed è stata una folgorazione! Poiché mi piace sperimentare, ho provato di tutto e ho sempre apprezzato le nuove tecniche che via via sperimentavo o vedevo usate da chi aveva più capacità e cultura di me: sono passato dall’elastico, alla calza elastica, dalla gommapiuma, ai cerotti elastici e, così via sperimentando, ho provato ad utilizzare un metodo che mi affascinava, mutuandolo dalla pratica ospedaliera. Ebbene sí, avete letto bene: ospedaliera!. Tutto è nato qualche anno fa da una conversazione avvenuta tra me ed un mio carissimo amico medico-chirurgo, che ve lo dico a fare, anch’egli cactus-dipendente. L’argomento, casuale, erano le colle cianoacriliche che tutti noi abbiamo imparato ad usare con disinvoltura da qualche anno a questa parte; si parlava di un caso a lui capitato, di una persona ricoverata al pronto soccorso con un occhio praticamente sigillato da uno schizzo di colla, appunto cianoacrilica e delle difficoltà chirurgiche avute per liberarlo. Il mio amico mi ha raccontato che le prime colle cianoacriliche sono state scoperte durante la guerra in Vietnam e colà utilizzate per suturare rapidamente ferite complesse o difficili. Da allora hanno fatto molti progressi tecnologici e, a prescindere dal loro attuale uso massivo e popolare, sono tuttora utilizzate in molti campi della medicina: una loro particolarità è, infatti, quella di essere biocompatibili e di essere, dopo qualche tempo dalla loro cristallizzazione, completamente riassorbibili dall’organismo; ciò le rende preziose là dove i tessuti non sopporterebbero una sutura di tipo tradizionale o dove non si debbono lasciare cicatrici. Il mio amico è rimasto di sasso quando, con un sorrisetto mefistofelico, gli ho chiesto soavemente se potesse procurarmi una fiala della suddetta colla per uso ospedaliero!! Nella mia mente deformata aveva infatti preso corpo un’idea pazza: se il cianoacrilico è biocompatibile, perché non provare a usarlo per tenere insieme gli innesti? . Detto fatto, tra i commenti burleschi e le prese per i fondelli degli amici, ci ho provato ad oltranza. Ho capitozzato un mucchio di Trichocèreus pachànoi e sacrificato non so quanti semenzali ma alla fine ho ottenuto degli ottimi risultati. Andatevi a vedere le foto. Vanno fatte però alcune considerazioni pratiche per chi volesse provare questa nuova tecnica d’ìnnesto. A parte il cianoacrilico ospedaliero, che ho subito finito senza possibilità di ottenerne altro, ho scoperto che possono essere utilizzati anche i cianoacrilici normalmente in commercio, ma attenzione, non tutti danno buoni risultati; io uso quello della Loctite di facile reperibilità presso tutti i ferramenta. Il flacone del cianoacrilico, una volta aperto, va rigorosamente tenuto in frigo, altrimenti decade nel giro di qualche giorno, provare per credere! Mettetelo in un barattolo di vetro con su scritto che cos’è, al fine di evitare che il/la consorte possa scambiarlo per la pasta d’acciughe! La “colla” va messa torno torno alla marza e al portainnesto, premendo leggermente il tutto per qualche secondo fino ad incollaggio avvenuto. I fasci debbono combaciare come per gli innesti usuali; è anche possibile mettere una goccia di colla tra i due pezzi perché, quando si preme e si ruota un poco la marza per far uscire l’aria dall’unione, com’è prassi, i succhi e la colla vanno all’esterno del tutto e l’innesto attecchisce lo stesso ma è più problematico e ci mette più tempo a ripartire. Può anche succedere che residui di colla facciano da isolante tra i fasci ed è per tale ragione che io preferisco mettere la colla solo all’esterno, anche se, in alcuni casi, cosi procedendo, per il noto effetto della ritrazione dei tessuti, si può formare un menisco all’interno dell’innesto che impedisce il contatto dei fasci. Ciò avviene di solito con nesti piuttosto grossi e asciutti. Si può ovviare a ciò con uno dei soliti elastici o, magari, con un piccolo peso opportunamente apposto per qualche giorno, che si può, comunque, posizionare in maniera molto più agevole che non su un’innesto tradizionale, per sua natura molto instabile. Infatti, una delle caratteristiche peculiari di questa tecnica è che l’innesto è stabile e maneggevole da subito. Dopo un lasso di tempo ragionevole, l’innesto riparte e cresce mentre l’anello bianco della colla si disintegra lasciando i bordi di contatto con il portainnesto perfettamente cicatrizzati, come mostrato nell’ultima foto. Si evitano, infatti, con questo tipo di innesto le fessurazioni tra portainnesto e nesto che spessissimo affliggono gli innesti eseguiti con la tecnica tradizionale e che spesso sono causa di annidamenti di cocciniglie o di marciumi. Per quanto riguarda i portainnesti, io uso sia il T. pachànoi sia il T. spachianus ma ho visto che dà buoni risultati anche il Myrtillocactus, mentre sono scarsamente utilizzabili, stante le ridotte dimensioni, le varie Pereskiopis. Per quanto riguarda la marze, sono da preferire quelle di discrete dimensioni (2-3 cm) ovviamente da rapportare alle dimensioni del portainnesto. Questa che ho descritto è una tecnica che ritengo interessante e che, superati gli sfottò iniziali dei soliti buoni amici, è stata successivamente da molti di loro adottata, con risultati variabili a seconda dell’abilità e della mano di chi la pratica, ma che ha sempre prodotto qualche risultato e pertanto penso che valga la pena provarla anche perché sono convinto che possa essere affinata e migliorata . Mi farebbe piacere se, qualche pazzo sperimentatore come me, mi mettesse al corrente dei propri risultati e delle tecniche utilizzate. Al solito, qui sotto trovate il mio indirizzo ed ora armatevi di colla, attrezzi vari, ecc. e provate!! Vostro Mauro Ferrando Via XXIV Maggio 94 I-00046 Grottaferrata RM E-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.